Proverbio del mese recita: “Febbraio corto e amaro”
2 febbraio - La Candelora
Il 2 febbraio, a
quaranta giorni dal Natale, si celebra la
Candelora, una solennità antica e luminosa che intreccia fede, simboli
e tradizioni popolari. La liturgia ricorda alcuni momenti legati tra loro: la Presentazione di Gesù al Tempio, il
compimento di quanto previsto dalla legge ebraica, e la Purificazione di Maria. Non a caso, la Candelora è la
festa della luce: le candele
benedette diventano segno concreto di speranza e protezione, quasi a dire che,
anche nel cuore dell’inverno, qualcosa sta già cambiando.
Un proverbio in dialetto lo ricorda con ironia e precisione:
“Alla
Nghènelòre o chiòve o nèveche,
ci re vu chendà, nelt’è quaraènd’ a dì de vìerne ha da passà.”
(Alla Candelora o piove o nevica; se li vuoi
contare, altri quaranta giorni d’inverno devi passare.)
È quel tipo di frase che non sta solo a “predire” il meteo:
racconta un modo di vivere le stagioni, fatto di attese, campi, giornate corte
e piccoli segnali da interpretare.
9 febbraio - San Corrado, patrono di Molfetta
A Molfetta, febbraio
continua con un appuntamento che tocca il cuore della città: San Corrado, Patrono, celebrato il 9 febbraio. La devozione si esprime innanzitutto
nella messa solenne, ma poi esce
dalle chiese e prende le strade: tra i segni più forti e riconoscibili ci sono
i grandi falò, alimentati con
ceppi di legna, che accendono la notte e radunano persone, famiglie, quartieri.
Il falò non è solo “spettacolo”: è memoria viva.
La memoria popolare è legata alla traslazione del Santo da Modugno: si dice che il corteo arrivò di sera tardi, quando le porte della città erano già chiuse. In attesa dell’alba, la gente restò fuori e accese fuochi per scaldarsi. E siccome attorno al fuoco si mangia quel che c’è, la tradizione ricorda ceci e semi (cibo povero, facile da portare e da tostare). Da qui l’usanza ancora viva: mentre il falò brucia, si sgranocchiano ceci e semi non per “fare scena”, ma per ripetere un’antica notte di attesa collettiva, trasformata col tempo in festa e memoria.
Ecco perché, ancora oggi, il falò è un simbolo di accoglienza, comunità e devozione: una notte antica che continua a bruciare nel cuore della città.
Programma 2026:
18 febbraio - LE CENERI
Processione
della Croce
Durante la Processione della Croce c’è un passaggio
che, per chi lo vive, resta addosso come un segno: la sosta presso la chiesa di Santo Stefano, in Corso
Dante, casa dell’Arciconfraternita di Santo Stefano dal Sacco Rosso. È un momento singolare, perché nel cuore
della notte la città non assiste soltanto a un corteo: vede incontrarsi due
anime della stessa penitenza, due silenzi diversi che si riconoscono. Proprio prima che il rito
si compia fino in fondo, la Processione sosta
brevemente nella Chiesa, come per deporre il peso della notte ai piedi
di un altare, e trasformarlo in ascolto.
Lì, a Santo Stefano, l’accoglienza non è fatta di parole: è fatta di
presenza, che attende la Croce, e la attende già preparata, perché in chiesa è esposto il primo Mistero doloroso,
quello che apre il cammino quaresimale: Cristo orante nell'Orto, il Signore nel silenzio del Getsemani, nel punto esatto in cui
la paura si fa preghiera e la preghiera diventa consegna. Guardarlo in quella
sosta, mentre fuori la notte trattiene il fiato, ha qualcosa di irripetibile: sembra che la
città intera entri, per pochi minuti, dentro la stessa scena evangelica. E non è un dettaglio
“di passaggio”: è un ponte. Perché Santo Stefano, con la sua Arciconfraternita,
custodisce e alimenta i riti quaresimali nei Venerdì di Quaresima, quando, uno alla volta, vengono
proposti alla contemplazione i Misteri, fino a condurre i cuori verso il
Venerdì Santo. La sosta della Croce, allora, è come l’annuncio: dice senza
spiegare che la Quaresima non sarà soltanto calendario, ma cammino interiore, settimana dopo
settimana, mistero dopo mistero. In
quei minuti dentro la Chiesetta in Corso Dante, tutto si ricompone: il rullo
del tamburo, gli squilli mesti, il respiro dei presenti, l’eco delle
invocazioni. La Croce non “entra” soltanto in un edificio: entra in una memoria
comune, e la risveglia con delicatezza e forza.
Antonio Secolo.




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